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RSA e RSD: le differenze

Cosa distingue una RSA da una RSD: a chi servono, chi valuta l'ingresso e quanto paga il Servizio sanitario secondo i LEA.

Aggiornata il 29 settembre 2026

La RSA è pensata per gli anziani non autosufficienti. La RSD, Residenza Sanitaria per Disabili, è pensata per adulti con una disabilità grave, anche giovani. Le due strutture si assomigliano, perché hanno assistenza sanitaria continua, ma il pubblico, i bisogni e le regole sono diversi.

Cos’è una RSD

È una struttura residenziale che accoglie in modo stabile persone con disabilità congenita o acquisita. Offre assistenza sanitaria, riabilitazione di mantenimento, cura della persona e attività educative e di socializzazione. Secondo l’ATS di Milano (l’Agenzia di tutela della salute lombarda) ospita adulti di norma tra 18 e 65 anni, in parte o del tutto non autosufficienti, che non possono essere assistiti a casa e hanno bisogno di assistenza continua.

Di solito è una soluzione stabile: si va a vivere in struttura, non per un periodo di cura.

I nomi cambiano

Il nome RSD lo abbiamo trovato negli atti di Lombardia e Veneto. Per le altre Regioni non abbiamo verificato come si chiamino le strutture equivalenti, e lo stesso servizio può avere un altro nome. In Lombardia, accanto alle RSD, ci sono le comunità alloggio sociosanitarie (CSS): piccole comunità, fino a 10 persone, che diventano la casa dell’ospite. Accolgono adulti con disabilità grave privi di sostegno familiare.

Chi valuta l’ingresso

Come per le RSA, non basta la domanda. Si parte dai servizi sociali del Comune o dai servizi dell’azienda sanitaria, e una valutazione multidimensionale stabilisce i bisogni della persona e costruisce un progetto individuale.

In Lombardia la persona o la famiglia può rivolgersi ai servizi sociali del Comune di residenza. In Veneto, per esempio, l’azienda ULSS rilascia una “impegnativa di residenzialità” dopo la valutazione del servizio per la disabilità adulti, con uno strumento regionale chiamato SVAMDI. I passaggi variano da Regione a Regione: conviene chiedere al Comune o all’ASL.

Chi paga

I livelli essenziali di assistenza (LEA) sono le prestazioni che il Servizio sanitario deve garantire in tutta Italia. L’articolo 34 del DPCM 12 gennaio 2017 riguarda le persone con disabilità. Per i trattamenti residenziali di tipo socio-riabilitativo, cioè di recupero e mantenimento delle abilità residue insieme all’assistenza di ogni giorno, distingue due livelli:

Il resto è la parte sociale della retta, a carico della persona o, in base all’ISEE, del Comune. Nei percorsi di riabilitazione intensiva ed estensiva il Servizio sanitario paga tutto.

Nelle RSA per anziani, invece, la quota sanitaria è del 50% nell’assistenza di lunga durata (articolo 30). Come si divide la retta in una RSA è spiegato nella guida Quanto costa una RSA convenzionata.

Queste sono le percentuali nazionali: le Regioni possono applicare regole proprie, quindi la quota effettiva va chiesta alla struttura.

E a 65 anni?

Non abbiamo trovato una regola nazionale che faccia passare una persona da una RSD a una RSA al compimento dei 65 anni. Il limite di 65 anni compare nelle descrizioni delle strutture come età tipica degli ospiti, non come scadenza. Se la persona invecchia in struttura, cosa succede lo decide la Regione, e nella pratica il progetto individuale con il Comune e l’azienda sanitaria. Va chiesto prima dell’ingresso, insieme a quanto durerà la permanenza.

Per un anziano diventato non autosufficiente con l’età, il percorso è quello della RSA convenzionata. Per capire quale tra RSA, casa di riposo e altri servizi sia adatto, c’è la guida RSA o casa di riposo.

Dove cercare

Su TrovaRSA gli elenchi per regione riguardano per ora le RSA e le case di riposo. Le RSD non hanno ancora un elenco regionale sul sito: per trovarle in Lombardia si può partire dall’elenco delle strutture pubblicato dalla Regione sul portale dei dati aperti, o dall’ATS del proprio territorio.

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Fonti

Norme e importi cambiano: questa guida è aggiornata al 29 settembre 2026. Per il tuo caso conviene sempre chiedere al patronato, all'ASL o ai servizi sociali del Comune.

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